La festa della Candelora, Marsiglia e “les Navettes”

In Italia conosciamo il detto “L’Epifania tutte le feste si porta via”. In Provenza  non è proprio così, perché gli addobbi natalizi, incluso il presepe nelle Chiese (crèche de Noël), vengono tenuti sino al 2 febbraio, ovvero sino al giorno della Chandeleur.

In una Francia sempre più orientata al laicismo, ci si accorge che alcune tradizioni religiose sono ancora sentite e rispettate. Ed è questo il caso della festa della Candelora.

Cosa si celebra

Il 2 febbraio, la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù. Popolarmente questa festa viene chiamata “della Candelora”. In questo giorno si benedicono le candele, considerate simbolo di Cristo, “luce che si rivela alle genti”. Già nel V secolo, a Roma, in questa giornata della Candelora le candele benedette venivano portate in processione lungo le vie della città.

Il simbolismo delle candele

Le candele simboleggiano la luce spirituale che illumina il mondo terreno e pagano: è quella luce che rischiara le tenebre, ed è la luce che illumina il cuore. La Candelora è festa che unisce il ciclo delle festività natalizie e il ciclo esistenziale dell’anno.

Secondo fonti pagane, la festa della Candelora si ispirerebbe alle celebrazioni che avvenivano nell’antica Roma in onore di Giunone Februata (purificata). Anziché sopprimere questi rituali così sentiti e radicati nel folklore popolare, papa Gelasio I (492-496) decise che era meglio incorporarli nella tradizione cristiana.

La Chandeleur a Marsiglia

A Marsiglia scopriamo una bellissima e antica tradizione. Occorre entrare nell’abbazia di Saint-Victor prima, e al Four des Navettes poi, per scoprirla.

Presso questa antica abbazia viene conservata la “Vergine Nera” chiamata Notre-Dame de Confession. Ogni anno, il 2 febbraio, alle prime luci dell’alba, centinaia e centinaia di pellegrini, con in mano ciascuno un cero di color verde, raggiungono l’abbazia Saint-Victor partendo dal Vecchio Porto. L’Arcivescovo, durante la suggestiva processione, benedice le vie di Marsiglia, il mare e poi i famosi dolcetti chiamati Navettes.

La leggenda delle “Navettes”

Le “Navettes” sono biscotti tradizionali del folclore provenzale. Sono dolci associati in particolare alle celebrazioni della Candelora. Si chiamano “Navettes” per evocare la barca che avrebbe portato sulle rive del Lacydon la Vergine Nera. La venerazione verso Notre-Dame de Confession è antichissima e risale alla fine del XIII secolo.

Le “Navettes” – biscotti tipici di Marsiglia – sono ancora oggi cotti nel famoso “Four des Navettes”, che viene benedetto dall’Arcivescovo ogni anno in occasione delle celebrazioni della Candelora.

Navettes ma anche crêpes

Le crêpes sono legate alla Candelora, poiché si narra che Papa Gelasio, proprio durante questa festività, abbia sfamato pellegrini provenienti dalla Francia con sottili sfoglie di pasta fritta, preparate nelle cucine vaticane. I fedeli francesi definirono queste prelibatezze, seppur semplici nei loro ingredienti, crêpes. In Provenza la tradizione di questo dolce è rimasta ampiamente seguita, anche perché è d’obbligo esprimere un desiderio quando si rovescia la crepe nella padella.

testo: Silvia C. Turrin

foto in evidenza in homepage: Silvia C. Turrin

foto interne all’Articolo: ufficio del turismo di Marsiglia

Sault, tra Ventoux e campi e di lavanda

Una delle tappe più note per gli appassionati di lavanda è Sault. Considerato il villaggio più “profumato” della Provenza, questo borgo del Vaucluse si trova in una zona straordinaria dal punto di vista naturalistico, tra la vallata che porta il suo stesso nome, il monte Ventoux e la montagna di Lure.

Tanti vi si recano in agosto, in concomitanza con la famosa festa della lavanda. Si svolge ogni anno il 15 agosto: in questa data, però, si rischia di non riuscire ad ammirare le splendide distese blu-viola tipiche della regione. I cambiamenti climatici e il conseguente aumento delle temperature stagionali stanno anticipando la fioritura della lavanda, e costringendo quindi i produttori di oli essenziali a raccoglierla anche all’inizio di agosto, per evitare di perdere tutte le proprietà benefiche della pianta. Ciò è accaduto nel 2015, anno contraddistinto da un’estate secca e molto calda, che ha creato non pochi problemi agli agricoltori.

Per essere sicuri di poter contemplare i campi in fiore bisognerebbe recarsi in questa zona nel mese di luglio. Sault si trova ad una altitudine di circa 760 metri e a giugno, soprattutto in un giorno di pioggia, il clima può essere molto fresco. Questo borgo a vocazione prevalentemente agricola è visitato nei mesi estivi da parecchi turisti provenienti da tutta Europa, tanti gli statunitensi e anche gli asiatici. Il fragore e il via vai di luglio-agosto rimane solo un lontano ricordo se si arriva invece in autunno e inverno, stagioni in cui si ha tutta un’altra prospettiva del luogo dominato da una calma impalpabile.

Sault è famosa per le sue botteghe interamente dedicate ai prodotti locali: bouquet, saponi, essenze, acqua floreale e miele, tutto a base di lavanda, e poi erbe aromatiche, vari tipi di salsicce, carni (in particolare l’agnello del Plateau-d’Albion) e formaggi di capra e poi farro.

Il villaggio è altresì noto per la produzione artigianale del torrone (nougat) realizzato ancora come un tempo, con ingredienti locali: miele di lavanda, bianchi d’uova e mandorle. Chi vuole rilassarsi questo è il luogo ideale ed è perfetto come punto di partenza per visitare l’area circostante: dal monte Ventoux alle gole della Nesque, dalla Valle del Toulourenc, al Plateau d’Albion.

Il museo municipale di Sault

Nel museo locale, fondato nel 1859, sono conservati oggetti di vita quotidiana, una collezione numismatica, e un’altra legata all’antico Egitto; poi ancora si ammirano tele di de Valernes. Troviamo anche una ricca biblioteca composta da 2500 opere, tra le quali l’Encyclopédie di Diderot e d’Alambert, nonché un livre d’or firmato tra gli altri da Victor Hugo, Lamartine Frédéric Mistral.

Ingresso: gratuito

Apertura: Luglio e Agosto dalle 15 alle 18, tutti i giorni esclusa la domenica

Silvia C. Turrin


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Natale e i 13 dessert in Provenza

Le tradizioni natalizie in Provenza vivono ancora, nonostante il vento impetuoso del consumismo sia giunto ormai da diversi anni anche nel Midi francese. Ci sono alcune usanze che non sono scalfite dalle mode, dall’apatia spirituale e dalla globalizzazione economico-culturale (una mondialisation che, spesso, si riflette in uno stile importato dalla nazione a stelle e a strisce).

Oltre all’usanza ancestrale della semina del grano per il giorno di santa Barbara (si veda l’articolo in Provenza da Scoprire dal titolo “Provenza, il tempo “calendal” e il grano di Santa Barbara“), rimane ancora viva la consuetudine dei 13 dessert. Un rituale che secondo alcune fonti sembra essere nato all’inizio dell’800 a Marsiglia. Durante la sera della Vigilia si celebra “le gros souper”, una cena abbondante, che non prevede però piatti a base di carne, e dopo la Messa di Mezzanotte tutti si ritrovano nuovamente a tavola per degustare i 13 dessert, il cui numero non è stato certamente scelto a caso.

Il numero 13 simboleggia il Cristo insieme ai 12 apostoli.

Fra i 13 dessert troviamo i cosiddetti “mendicanti” – fichi, uva secca, mandorle e noci o nocciole – i cui colori richiamano le vesti dei quattro ordini religiosi, ovvero Francescani, Agostiniani, Domenicani e Carmelitani.

Non manca nemmeno la frutta fresca, dagli agrumi all’uva, dalle prugne ai datteri. Per gli altri dolcetti si può scegliere fra varie delizie tipicamente provenzali, come le oreillettes, o anche la pompe à l’huile, le navettes ai fiori d’arancio, i callissons, fruits confits e poi ancora torrone nero e bianco.

Un particolare da non sottovalutare:

la pompe à l’huile non deve assolutamente essere tagliata con la lama di un coltello, altrimenti l’anno nuovo sarà nefasto! Piuttosto bisogna spezzarla semplicemente con le mani, come vuole la tradizione provenzale.

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Ricetta della Pompe à l’huile

Preparazione: 30 minuti

Cottura: 30 minuti

 

Ingredienti:

1 kg di farina, metà tipo “0” e l’altra metà d’orzo, avena o farro

20 g di lievito di birra

4 uova

300 g di zucchero

25 cl di olio d’oliva

10 cl di acqua di fiori d’arancio

scorze tagliate finemente di 3 arance non trattate

2 cucchiai di semi d’anice

un pizzico di sale

Stemperare il lievito in un poco d’acqua zuccherata. Aggiungere il composto a 100 g di farina. Lasciate riposare per 2 ore. In una grande ciotola versare la farina restante, il sale e lo zucchero. Aggiungere le uova. Versare l’olio d’oliva, l’acqua di fiori d’arancio, le scorze delle arance e i semi d’anice. Amalgamare bene l’impasto e trasformarlo in un bel panetto, per poi lasciarlo lievitare ancora per circa 3 ore in un angolo a temperatura ambiente (né troppo caldo, né troppo freddo).

Riprendete l’impasto, lavoratelo ancora e dividetelo in due parti.

Formate due focacce rotonde di 5-6 cm di spessore. Riporre le focacce su due placche da forno ricoperte di carta da cucina e lasciatele riposare ancora per circa 2 ore. Riscaldate il forno a 240 gradi e infornate le focacce per circa 30 minuti. Verificate che siano ben cotte prima di toglierle dal forno.

Tradizionalmente, la pompe à l’huile si offre ad amici e vicini di casa.

Joyeuses fêtes
Silvia – Provenza da Scoprire