Sulle tracce di Marcel Pagnol, tra Aubagne e Cassis

Marcel Pagnol (1895-1974) è tra le figure “simbolo” della Provenza.

Drammaturgo, regista, Pagnol è noto anche per i suoi romanzi. In particolare, desidero qui citare due libri: La gloria di mio padre; e Il castello di mia madre. Sono scritti in cui si ritrovano atmosfere d’antan tipiche di quella zona della Provenza che ruota attorno a Marsiglia.

Pagnol nacque infatti in una cittadina non distante da quella che un tempo era chiamata Massalia.

“Sono nato nella città di Aubagne, ai piedi del Garlaban cinto di capre, all’epoca degli ultimi caprai. Il Garbalan è una gigantesca torre di rocce azzurre conficcata sul margine estremo del Plan de l’Aigle, immensa piattaforma rocciosa che domina la verde vallata dell’Huveaune”, si legge nell’incipit del romanzo “La gloria di mio padre”.

Ed è proprio a Aubagne che si può andare sulle tracce di questo personaggio eclettico, grazie al circuito cittadino a lui dedicato. Si inizia dalla sua casa natale, in cours Barthélémy 16, dove gli ambienti ci restituiscono immagini della sua infanzia e giovinezza insieme ai genitori. Per chi ama le balades può raggiungere il Mas de Massacan, dove vennero girate alcune scene del film Manon des Sources (1952). Tra le altre tappe del circuito vi sono La Bastide Neuve; la Ferme d’Angèle (sito in cui rieccheggia il film Angèle del 1934) e il luogo dove riposano le sue spoglie.

La cittadina di Aubagne è famosa non solo per aver dato i natali a Marcel Pagnol, ma anche per la sua lunga tradizione legata alla lavorazione dell’argilla. È infatti una delle capitali dei noti santons di Provenza.

Per cercare di recuperare quelle atmosfere provenzali dei film realizzati da Marcel Pagnol consiglio di visitare – oltre che Aubagne – i seguenti luoghi:

  • il centro storico di Martigues: la zona vecchia è stata definita “la Venezia provenzale” (forse un paragone un po’ azzardato)
  • il vecchio porto di Marsiglia e il quartiere del Panier, nella zona detta vieux Marseille, e fare una capatins nella basilica Saint-Victor, il più importante monumento antico della città
  • Cassis e le calanques, per ammirare un magnifico paesaggio, tra roccia e mare, luoghi selvaggi del litorale mediterraneo.
Silvia C. Turrin
Per saperne di più:

www.marcel-pagnol.com

www.aubagne.fr

Arles, “la Romana”

Arles è una città atipica della Provenza, più vicina alle tradizioni spagnole. Denominata “ville d’art et d’histoire”, Arles ha vissuto un passato scandito dall’alternarsi di diversi invasori sul suo territorio, tra cui Galli, Romani, Visigoti, Saraceni, Normanni. Un andirivieni facilitato dalla posizione geografica, posta al crocevia tra la Spagna, il nord d’Europa e le vie che conducevano a Roma: basti pensare all’Aurelia Vetus, l’antica via Aureliana. Proprio la civiltà Romana è quella che ha lasciato, più di altri popoli, la sua indelebile impronta. Imperatori come Cesare, Augusto e Costantino hanno plasmato l’antica Arles attraverso la costruzione di opere monumentali ancora oggi simboli di potenza e di grande ingegno artistico. La città divenne talmente fiorente che il poeta Ausonio la denominò “Roma gallica”. Arles è a tutt’oggi soprannominata “la Romana” proprio per le vestigia che custodisce, molte delle quali sono incluse nel patrimonio mondiale dell’Unesco; ed è una città ancora a misura d’uomo, visitabile tranquillamente a piedi. La maggior parte dei siti di interesse storico-artistico si raggruppa nel centro.

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La nostra visita inizia dalla riva sinistra del Rodano. Partiamo dal quartiere dell’Hauture, dove si erge il Teatro Antico, in rue de la Calade, non distante dalla sede dell’ufficio informazioni in boulevard des Lices. Costruito dai Romani alla fine del I secolo a.C., il Teatro Antico ha subìto una sorte immeritata. Fino al V secolo ha svolto la funzione di teatro, accogliendo sino a 10mila spettatori. Il pubblico poteva assistere gratuitamente a tragedie, commedie, pantomime. Dopo di che, le sue pietre e i suoi marmi sono serviti per edificare l’adiacente cattedrale di Saint-Trophime. Tra il V e il XII secolo, il Teatro Antico è stato quasi del tutto smantellato: colonne, architravi, capitelli furono saccheggiati per realizzare la limitrofa chiesa romanica dedicata a san Trofimo (primo vescovo di Arles).

Riprendiamo il nostro percorso varcando la soglia del Teatro Antico. Qui si viene piacevolmente colpiti dalla sua nuova rivalorizzazione, iniziata a partire dal 1800. Nonostante le razzie del passato, questa vasta arena esercita ancora un fascino artistico di grande valore. Grazie alle operazioni di restauro, il Teatro è stato trasformato in uno spazio a vocazione culturale, dove si svolgono spettacoli teatrali e concerti. Tra gli eventi più apprezzabili vi è il festival Les Sud à Arles, organizzato ogni anno nel mese di luglio, contraddistinto da performance musicali che mettono al centro dell’attenzione del pubblico artisti e cantautori provenienti dai quattro angoli del pianeta.

il simbolo per eccellenza di Arles, l’Anfiteatro Romano – foto Silvia C. Turrin

A pochi passi dal Teatro Antico, oltre place Henri De Bornier, troviamo il simbolo per eccellenza di Arles, l’Anfiteatro Romano: risalente all’ultimo decennio del I secolo d.C., fu costruito nel periodo di maggior ampliamento verso nord della città in epoca antica. All’interno si rimane impressionati dalla sua maestosità. Entrando ci sembra di accedere ad una porta che conduce a un tempo remoto in cui i gladiatori combattevano nell’arena, mentre gli schiavi erano costretti a lottare con animali incattiviti. Potevano assistere a questi spettacoli circa 21mila astanti. Poi, nel 404 d.C. i terribili combattimenti che vedevano un gran spargimento di sangue furono proibiti. Di quell’epoca rimangono importanti reperti archeologici, tra cui una statuetta in bronzo alta 19 cm, raffigurante un gladiatore, rinvenuta miracolosamente nel 1912. Grazie all’importante restauro voluto nell’Ottocento dal barone di Chartrouse, Guillaume Michel Jérôme Meiffren de Laugier, sindaco di Arles dal 1824-1830, l’Anfiteatro è stato rivalorizzato – come è accaduto per il Teatro Antico – divenendo nuovamente sede di spettacoli.

I santons di Provenza

I santons sono uno dei simboli della Provenza, e rappresentano al contempo anche la resistenza. La parola “santon” trae origine dal provenzale “santoun” che significa “piccolo santo”. Nel periodo natalizio queste piccole o grandi statuine si trovano nei marchés, nelle sagre e nei presepi all’interno delle chiese, ma anche in varie botteghe.

I santons provenzali avrebbero un’origine napoletana. In pratica, l’antica arte partenopea dei presepi è giunta anche in terra di Provenza. Si narra che fu Francesco d’Assisi, la cui madre era originaria di Tarascon, a dare avvio all’usanza del presepe. E furono proprio i Francescani a portare questa tradizione, nuova per l’epoca, in Provenza che ebbe subito successo.

Cinque secoli dopo, però, durante la Rivoluzione Francese presepi e messe di mezzanotte furono categoricamente vietati. È in quel periodo che, si narra, i Marsigliesi non vollero dimenticare questa tradizione e iniziarono, ovviamente in gran segreto, a realizzare nelle proprie case piccoli o grandi presepi con i tipici santons. Queste statue, piccole e grandi, sono considerate quindi simbolo di tale resistenza. A Aubagne, Marsiglia, Fontaine-de-Vaucluse e in tante altre cittadine si può approfondire la loro storia.

Anche nel borgo antico di Les Baux de Provence si ha la possibilità di scoprire qualcosa in più su queste statuette. In Place Louis Jou sorge infatti un piccolo museo a loro dedicato riaperto dopo importanti lavori di ristrutturazione. Nelle teche del museo si osservano più di un centinaio di santons in argilla, realizzati rigorosamente in modo artigianale, che ritraggono i personaggi legati alla Natività e ai mestieri tipici di questa regione del sud della Francia: Giuseppe, Maria col bambin Gesù, i tre Magi, i pastori, e tante altre figure locali; si trovano anche statuette datate tra il XII e il XVIII secolo della tradizione napoletana.

In questo piccolo spazio museale si leggono i nomi dei più famosi santonnier, tra cui Marcel Carbonel, Roger Jouve e Thérèse Neveu (1866-1946), prima donna a divenire fra le più apprezzate creatrici di queste statuette provenzali, tanto da essere celebrata da Frédéric Mistral col soprannome di “Ma belle Santonnière”.

Testo e Foto di Silvia C. Turrin