Arles, “la Romana”

Arles è una città atipica della Provenza, più vicina alle tradizioni spagnole. Denominata “ville d’art et d’histoire”, Arles ha vissuto un passato scandito dall’alternarsi di diversi invasori sul suo territorio, tra cui Galli, Romani, Visigoti, Saraceni, Normanni. Un andirivieni facilitato dalla posizione geografica, posta al crocevia tra la Spagna, il nord d’Europa e le vie che conducevano a Roma: basti pensare all’Aurelia Vetus, l’antica via Aureliana. Proprio la civiltà Romana è quella che ha lasciato, più di altri popoli, la sua indelebile impronta. Imperatori come Cesare, Augusto e Costantino hanno plasmato l’antica Arles attraverso la costruzione di opere monumentali ancora oggi simboli di potenza e di grande ingegno artistico. La città divenne talmente fiorente che il poeta Ausonio la denominò “Roma gallica”. Arles è a tutt’oggi soprannominata “la Romana” proprio per le vestigia che custodisce, molte delle quali sono incluse nel patrimonio mondiale dell’Unesco; ed è una città ancora a misura d’uomo, visitabile tranquillamente a piedi. La maggior parte dei siti di interesse storico-artistico si raggruppa nel centro.

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La nostra visita inizia dalla riva sinistra del Rodano. Partiamo dal quartiere dell’Hauture, dove si erge il Teatro Antico, in rue de la Calade, non distante dalla sede dell’ufficio informazioni in boulevard des Lices. Costruito dai Romani alla fine del I secolo a.C., il Teatro Antico ha subìto una sorte immeritata. Fino al V secolo ha svolto la funzione di teatro, accogliendo sino a 10mila spettatori. Il pubblico poteva assistere gratuitamente a tragedie, commedie, pantomime. Dopo di che, le sue pietre e i suoi marmi sono serviti per edificare l’adiacente cattedrale di Saint-Trophime. Tra il V e il XII secolo, il Teatro Antico è stato quasi del tutto smantellato: colonne, architravi, capitelli furono saccheggiati per realizzare la limitrofa chiesa romanica dedicata a san Trofimo (primo vescovo di Arles).

Riprendiamo il nostro percorso varcando la soglia del Teatro Antico. Qui si viene piacevolmente colpiti dalla sua nuova rivalorizzazione, iniziata a partire dal 1800. Nonostante le razzie del passato, questa vasta arena esercita ancora un fascino artistico di grande valore. Grazie alle operazioni di restauro, il Teatro è stato trasformato in uno spazio a vocazione culturale, dove si svolgono spettacoli teatrali e concerti. Tra gli eventi più apprezzabili vi è il festival Les Sud à Arles, organizzato ogni anno nel mese di luglio, contraddistinto da performance musicali che mettono al centro dell’attenzione del pubblico artisti e cantautori provenienti dai quattro angoli del pianeta.

il simbolo per eccellenza di Arles, l’Anfiteatro Romano – foto Silvia C. Turrin

A pochi passi dal Teatro Antico, oltre place Henri De Bornier, troviamo il simbolo per eccellenza di Arles, l’Anfiteatro Romano: risalente all’ultimo decennio del I secolo d.C., fu costruito nel periodo di maggior ampliamento verso nord della città in epoca antica. All’interno si rimane impressionati dalla sua maestosità. Entrando ci sembra di accedere ad una porta che conduce a un tempo remoto in cui i gladiatori combattevano nell’arena, mentre gli schiavi erano costretti a lottare con animali incattiviti. Potevano assistere a questi spettacoli circa 21mila astanti. Poi, nel 404 d.C. i terribili combattimenti che vedevano un gran spargimento di sangue furono proibiti. Di quell’epoca rimangono importanti reperti archeologici, tra cui una statuetta in bronzo alta 19 cm, raffigurante un gladiatore, rinvenuta miracolosamente nel 1912. Grazie all’importante restauro voluto nell’Ottocento dal barone di Chartrouse, Guillaume Michel Jérôme Meiffren de Laugier, sindaco di Arles dal 1824-1830, l’Anfiteatro è stato rivalorizzato – come è accaduto per il Teatro Antico – divenendo nuovamente sede di spettacoli.

Alla scoperta di Oppède le Vieux

È un villaggio che sembra essere rimasto sospeso nel tempo. A Oppède le Vieux, il frastuono e la frenesia di tante città non esistono. Tutto conduce a una profonda quiete.
Le sue origini risalgono all’epoca medievale, sebbene vi siano ipotesi di un preesistente oppidum più remoto. Questo borgo, situato nell’incantevole zona del Luberon, a soli 30 minuti da Cavaillon e distante pochi chilometri dalle graziose cittadine di Lacoste e di Ménerbes, è arroccato su una collinetta immersa nel verde. Da qui la denominazione di village perché. Per raggiungerlo si parte dalla parte pianeggiante, attraversando Oppède “inferiore” dove, nel corso dell’800, si trasferirono gran parte degli abitanti del vecchio villaggio.

Dalla zona di Oppède-les-Poulivets si procede salendo, fino ad arrivare a un piccolo parcheggio, dove, in alta stagione turistica, se si giunge in auto si paga una modica cifra al custode. Da qui inizia un facile percorso che permette di addentrarsi nella foresta, e tra un passo e l’altro si conoscono le specie vegetali presenti nel territorio. Questa scoperta della vegetazione locale è facilitata da una serie di cartelli segnaletici che indicano il nome di erbe e piante: tra queste troviamo il rosmarino, il ciliegio, il ligustro comune, il sorbo montano, il pioppo bianco, la ginestra e l’albero della nebbia.

Man mano che si sale si arriva all’area di Sainte-Cécile, un tempo luogo utilizzato per la trebbiatura (la battitura dei cereali con cui si separano i semi dagli involucri della spiga). Il cammino permette di entrare nella storia del luogo. Oppède le Vieux un tempo fu fortezza medievale edificata su uno contrafforte roccioso. Durante la bassa stagione turistica, il borgo appare semideserto, popolato da gatti, qualche visitatore e pochissimi abitanti. Qui parlano le pietre grigie delle case e le rovine di molti edifici.

Il villaggio ha in sé un fascino singolare. Costruito a 240 metri di altezza su un promontorio, Oppède è per gli animi romantici, per chi cammina a passo lento e vuole respirare atmosfere antiche. Il passato di questo luogo si rivela pienamente salendo dalla piazza centrale verso il castello feudale, costruito dal conte Raymond VI di Toulouse. La storia di Oppède sembra quella di altri borghi simili, abbandonati poiché posizionati su un’altura, quindi lontani dalla cosiddetta civiltà. La parte nuova di Oppède, nel fondovalle, è anonima e priva di particolari attrazioni, ma la zona vecchia conserva una bellezza suggestiva e pittoresca.

Attorno alla piazza centrale le case in pietra sono state riqualificate, ma ancora molto c’è da fare per restaurare la parte nord del vecchio villaggio. A cominciare dalla collegiale Notre Dame Dalidon, edificata tra i secoli XI e XVI su un contrafforte di pietra da cui si ammira il panorama della valle di Coulon e la cittadina di Ménerbes. La collegiale, inclusa in un ampio progetto di ristrutturazione, è chiamata Dalidon, nome che verrebbe dal latino dolidus che significa “dolore”. Inoltrandosi nelle viuzze e salendo su pioli in pietra, talvolta precari, si scopre questo antico borgo, che sembra essere stato scolpito nella roccia, immerso nel Parco naturale regionale del Luberon.

Testo e Foto di Silvia C. Turrin

I santons di Provenza

I santons sono uno dei simboli della Provenza, e rappresentano al contempo anche la resistenza. La parola “santon” trae origine dal provenzale “santoun” che significa “piccolo santo”. Nel periodo natalizio queste piccole o grandi statuine si trovano nei marchés, nelle sagre e nei presepi all’interno delle chiese, ma anche in varie botteghe.

I santons provenzali avrebbero un’origine napoletana. In pratica, l’antica arte partenopea dei presepi è giunta anche in terra di Provenza. Si narra che fu Francesco d’Assisi, la cui madre era originaria di Tarascon, a dare avvio all’usanza del presepe. E furono proprio i Francescani a portare questa tradizione, nuova per l’epoca, in Provenza che ebbe subito successo.

Cinque secoli dopo, però, durante la Rivoluzione Francese presepi e messe di mezzanotte furono categoricamente vietati. È in quel periodo che, si narra, i Marsigliesi non vollero dimenticare questa tradizione e iniziarono, ovviamente in gran segreto, a realizzare nelle proprie case piccoli o grandi presepi con i tipici santons. Queste statue, piccole e grandi, sono considerate quindi simbolo di tale resistenza. A Aubagne, Marsiglia, Fontaine-de-Vaucluse e in tante altre cittadine si può approfondire la loro storia.

Anche nel borgo antico di Les Baux de Provence si ha la possibilità di scoprire qualcosa in più su queste statuette. In Place Louis Jou sorge infatti un piccolo museo a loro dedicato riaperto dopo importanti lavori di ristrutturazione. Nelle teche del museo si osservano più di un centinaio di santons in argilla, realizzati rigorosamente in modo artigianale, che ritraggono i personaggi legati alla Natività e ai mestieri tipici di questa regione del sud della Francia: Giuseppe, Maria col bambin Gesù, i tre Magi, i pastori, e tante altre figure locali; si trovano anche statuette datate tra il XII e il XVIII secolo della tradizione napoletana.

In questo piccolo spazio museale si leggono i nomi dei più famosi santonnier, tra cui Marcel Carbonel, Roger Jouve e Thérèse Neveu (1866-1946), prima donna a divenire fra le più apprezzate creatrici di queste statuette provenzali, tanto da essere celebrata da Frédéric Mistral col soprannome di “Ma belle Santonnière”.

Testo e Foto di Silvia C. Turrin