Sulla strada della Mimosa

Bormes les Mimosas – foto di Silvia C. Turrin

Anche se prediligo l’entroterra della Provenza, lontano dalla folla, dalle spiagge gremite e dai centri votati unicamente allo shopping e all’edonismo, devo dire che lungo la Costa Azzurra – che per alcuni non si può definire vera Provenza – si scoprono borghi incantevoli!

Uno di questi è certamente Bormes-les-Mimosas, piccolo graziosissimo villaggio arroccato su un promontorio. In verità, avrebbe anche una spiaggia nel quartiere chiamato La Favière, ma le sue vere bellezze a mio avviso si scoprono nella zona del vieux village, un reticolo di viuzze che conducono a scorci pittoreschi da cui ammirare la baia. Bormes-les-Mimosas, come suggerisce il nome, è un tripudio di fiori la cui gradazione dominante è il giallo delle mimose: alberi che nei primi mesi dell’anno colorano il paesino e i dintorni di un caldo manto paglierino. Bormes è difatti una tappa della cosiddetta “strada della mimosa”, percorso incantevole tra la costa provenzale e l’immediato entroterra.

Un viaggio di 130 chilometri, quello della Route du Mimosa, che inizia proprio nel piccolo borgo di Bormes, prosegue verso Rayol-Canadel-sur-Mer, poi verso Sainte-Maxime, Saint-Raphael, Mandelieu-la-Napoule, per poi volgersi all’interno verso il Massif du Tanneron proseguendo per Pégomas e infine a Grasse, capitale del profumo.

Tra febbraio e marzo queste zone si colorano dei vari cromatismi di giallo. Sembra di essere catapultati in un dipinto di qualche artista particolarmente ispirato quando si percorrono le strade tra gli alberi di mimosa in fiore.

Originaria dell’Australia, la mimosa, genere dell’acacia, vanta tantissime specie e circa 90 si possono riconoscere a Bormes e dintorni: i loro nomi racchiudono sprazzi di poesia come la specie chiamata Clair de Lune o quella denominata Rêve d’or.

Bormes les Mimosas - foto di Silvia C. Turrin
Bormes les Mimosas – foto di Silvia C. Turrin

Un patrimonio botanico inestimabile, da qui la scelta di preservarlo anche con tasse molto salate per quanti si azzardano a raccogliere anche un solo rametto fiorito di mimose!

Nel centro di Bormes si possono acquistare bouquet di mimose, ma a mio avviso la vera bellezza si ammira osservando sul posto le imponenti piante in fiore, un vero spettacolo, imparagonabile a un misero vasettino di mimose, la cui esistenza è decisamente effimera, da conservare in casa.

Bormes però non è solo sinonimo di mimose, ma anche di piante grasse, bougainvillee, piante esotiche alcune provenienti dall’Africa Australe e poi di splendide piante d’agrumi.

Bormes les Mimosas - foto di Silvia C. turrin
Bormes les Mimosas – foto di Silvia C. turrin

Tra una viuzza e l’altra circondate da edifici di vecchie pietre, si respira un’atmosfera pacata, piena di arte e di nuance policromatiche.

Un luogo da vivere con calma, con lentezza, scegliendo accuratamente la stagione e la giornata, per non venire sommersi da frotte di turisti provenienti dai quattro angoli del mondo…

Un consiglio?

Tra fine febbraio e inizio marzo il periodo è perfetto per visitare Bormes, quando il villaggio è vivibile e visitabile in tutta tranquillità.

Bormes les Mimosas – foto di Silvia C. Turrin

Ufficio del Turismo di Bormes les Mimosa

La strada della mimosa _ SilviaProvence

Tra le manifestazioni più interessanti organizzate a Bormes les Mimosa vorrei ricordare non tanto quelle più famose – ovvero Mimosalia (ultimo weekend di gennaio) che è un tripudio di piante e fiori, e il Corso Fleuri caratterizzato da splendidi carri carnevaleschi i cui protagonisti sono ancora una volta coloratissimi fiori – piuttosto Santo Coupo che si tiene nel mese di settembre.

Si tratta di una festa dedicata alla gastronomia locale, ma anche alle tradizioni del territorio. In questa occasione si scoprono prelibatezze della zona, come i vari tipi di tapenade, le confetture di fichi, il miele e il tipico pane speziato prodotto secondo ricette antiche…
Un mosaico di sapori e profumi arricchito da laboratori dedicati ai più piccini…

Infine, un consiglio culinario:
assaggiate il piatto denominato tian de sardines farcis aux épinards con cipolle, capperi, aglio e olio d’oliva locale, una delizia semplice alla provençal.

Il diamante nero, ovvero la Rabasse

Rabasse, è così che i provenzali chiamano il tartufo nero, ricercatissimo, pregiatissimo e costosissimo!

Tante le varietà, ma dicono gli intenditori il più pregiato sarebbe il tuber melanosporum chiamato anche “tartufo nero del Perigord”, che è una denominazione un po’ errata dato che si trova abbondante non solo in Aquitania, ma è molto diffuso anche nel territorio delle Alpi dell’Alta Provenza.

Durante la festa del tartufo che si è tenuta a Aups, ho visto esposti splendidi tartufi neri e a lato i loro prezzi: mi è caduto l’occhio sulla cifra di 700 euro al Kg… nonostante la crisi, che si sente anche in Francia e anche nella terra rurale di Provenza, c’erano gli appassionati di questo diamante nero che acquistavano con attenzione quello di qualità migliore.

aups fete dela truffe 3

Dietro alla Rabasse c’è tutta una storia, e poi una ricerca impressionante e divertente…

Questi prezzi così alti derivano dalla rarità del tartufo e dalla raccolta non semplice realizzata da esperti con l’ausilio di “amici” come il cane, ben addestrato, e il maialino…

Aups, Festa del Tartufo

Tra gennaio e febbraio sono organizzati numerosi eventi legati alla Rabasse, come la Messa del tartufo a Richerenches, la Fiera dei tartufi a Aups e la Festa del tartufo a Forcalquier.

Questi appuntamenti sono una bella rappresentazione della tradizione della Rabasse in Provenza, tra personaggi d’antan, volti segnati dal duro lavoro nei campi, uomini e donne che vivono ancora dei frutti della terra…

Ragù di tartufi

Questa è un’antica ricetta, molto apprezzata dai provenzali estimatori della Rabasse.

Lavare bene i tartufi (si possono utilizzare quelli freschi o quelli conservati in un contenitore di vetro). Metterli in una casseruola, con un poco di olio d’oliva, aggiungere un poco di buon vino (rosso, preferibilmente), sale e pepe grosso. A piacere aggiungere anche acciughe e cipolle. Dopo circa 20-30 minuti di cottura, il ragù è pronto! C’è chi vi aggiunge 1 o 2 tuorli d’uovo, a seconda dei palati e della dieta.

Silvia C. Turrin

Alla scoperta del Coing

In queste settimane nei marché provençal sono apparsi “strani” frutti. Sembrano pere belle grosse, ma non lo sono. Toccandoli pare di accarezzare un tessuto vellutato. Il sapore è assolutamente gradevole, e indescrivibile.

È il coing, ovvero la cotogna, un frutto che in molte città italiane – e anche mercati – è introvabile! Infatti si può dire che sia un frutto dimenticato in molte zone d’Italia.

In Provenza invece è ancora amato, tanto che vi dedicano persino sagre e feste.

È un frutto che ha una storia affascinante, la cui origine si rintraccia nell’antico Medio Oriente. Era già coltivato da civiltà del passato altamente progredite, come la civiltà Babilonese. Per gli antichi Greci la cotogna era un frutto sacro dedicato a Venere.

Anche santa Ildegarda, suggeriva una cura in autunno per curare reumatismi e artrite a base di cotogna!

È sufficiente far bollire la cotogna affettata con acqua o vino: dopo circa 15-20 minuti è pronto il preparato curativo. Si può assaporare anche in forma di purea.

In Provenza ho scoperto che: “se una donna incinta mangia il coing, avrà bambini industriosi e di buon cuore” (secondo il medico e botanico Delechamp).

Una ricetta provenzale che scalda nelle giornate fredde si rifà un po’ al sapere di Santa Ildegarda:

il Vino di Coings

Lavare e tagliare finemente i coings lasciando la pelle e i semini.

Mettere a macerare nel vino bianco e in un po’ di grappa per almeno 45 giorni

Prima di metterlo in bottiglia, filtrare il tutto e aggiungere un po’ di zucchero, fatto sciogliere prima in un po’ di vino prelevato dal liquido filtrato e poi riscaldato.

• 5 litri di vino bianco

• 15 coings

• ½ litro di grappa a 90 °

• 1 kg de zucchero

Ho scoperto un grande e ben nascosto albero di coing all’Abbazia di SaintMichel de Frigolet (un capolavoro l’Abbazia, da visitare!) con grandi frutti profumati e ai suoi piedi c’era una bella simpatica famigliola di chats rouges

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Particolare interno dell’Abbazia di Saint-Michel de Frigolet – foto di Silvia C. Turrin