Il diamante nero, ovvero la Rabasse

Rabasse, è così che i provenzali chiamano il tartufo nero, ricercatissimo, pregiatissimo e costosissimo!

Tante le varietà, ma dicono gli intenditori il più pregiato sarebbe il tuber melanosporum chiamato anche “tartufo nero del Perigord”, che è una denominazione un po’ errata dato che si trova abbondante non solo in Aquitania, ma è molto diffuso anche nel territorio delle Alpi dell’Alta Provenza.

Durante la festa del tartufo che si è tenuta a Aups, ho visto esposti splendidi tartufi neri e a lato i loro prezzi: mi è caduto l’occhio sulla cifra di 700 euro al Kg… nonostante la crisi, che si sente anche in Francia e anche nella terra rurale di Provenza, c’erano gli appassionati di questo diamante nero che acquistavano con attenzione quello di qualità migliore.

aups fete dela truffe 3

Dietro alla Rabasse c’è tutta una storia, e poi una ricerca impressionante e divertente…

Questi prezzi così alti derivano dalla rarità del tartufo e dalla raccolta non semplice realizzata da esperti con l’ausilio di “amici” come il cane, ben addestrato, e il maialino…

Aups, Festa del Tartufo

Tra gennaio e febbraio sono organizzati numerosi eventi legati alla Rabasse, come la Messa del tartufo a Richerenches, la Fiera dei tartufi a Aups e la Festa del tartufo a Forcalquier.

Questi appuntamenti sono una bella rappresentazione della tradizione della Rabasse in Provenza, tra personaggi d’antan, volti segnati dal duro lavoro nei campi, uomini e donne che vivono ancora dei frutti della terra…

Ragù di tartufi

Questa è un’antica ricetta, molto apprezzata dai provenzali estimatori della Rabasse.

Lavare bene i tartufi (si possono utilizzare quelli freschi o quelli conservati in un contenitore di vetro). Metterli in una casseruola, con un poco di olio d’oliva, aggiungere un poco di buon vino (rosso, preferibilmente), sale e pepe grosso. A piacere aggiungere anche acciughe e cipolle. Dopo circa 20-30 minuti di cottura, il ragù è pronto! C’è chi vi aggiunge 1 o 2 tuorli d’uovo, a seconda dei palati e della dieta.

Silvia C. Turrin

Tempo della raccolta delle olive

Simbolo indiscusso della Provenza, l’olivo è una pianta la cui storia è antichissima…si deve alla civiltà Greca l’introduzione della coltivazione dell’olivo in questa terra…e da allora è un albero che è parte essenziale del sud della Francia, tanto che esistono Itinerari ad hoc che conducono il visitatore sulle strade degli ulivi.

raccolta olive - foto Silvia C. Turrin

In questo periodo è tempo di raccolta. Con diverse tempistiche e modalità i provenzali si dedicano a questo rito, un po’ serio e un po’ allegro, conviviale. Raccolgono, soprattutto a mano (magari con l’aiuto di “pettini” di legno) le preziose olive, le portano al frantoio più o meno vicino a casa per poi ottenere un olio dorato, imparagonabile a quello venduto nel grande centro commerciale…

L’olio, un tesoro da proteggere anche con marchi AOC (appellation d’origine contrôlée) e da celebrare con feste e riti che catapultano i presenti in un’atmosfera agreste, bucolica… scoprendo i tanti sapori e le tante espressioni dell’olio di oliva… e dell’ulivo.

Ho scoperto che ci sono diverse varietà di olive e quella chiamata Aglandau è la varietà più comune.

Poi c’è la Salonenque, coltivata soprattutto nella terra che fu tanto amata da Cézanne, ovvero la zona attorno ad Aix.

Storie e sapori che approfondiremo…

ulivi e tramonto
Ulivi al tramonto – foto di Silvia C. Turrin

Provenza terra di migranti italiani

La sottoscritta con un simpatico Provenzale “sui generis” (le sue origini sono italiane, ha avi di Catania!) appartenente, come si nota dalla sua veste, ad un’antica confraternita sempre invitata a tante feste locali e a incontri dedicati alla Gastronomia provenzale

Andando “a giro” (come avrebbe detto il buon vecchio e compianto Tiziano Terzani) per la Provenza, si scopre che nell’albero genealogico di un Alain, di una Nicole, di un Dominique, di una Simone… ci sono radici italiane. Nonni, bisnonni, trisavoli sono emigrati dall’Italia nel sud della Francia per cambiare vita, trovare un lavoro o per amore o per la semplice voglia di “provare” a vivere diversamente, in una regione, la Provenza, che ha molto in comune con la Liguria o con la Toscana.

In Provenza, nella Provenza di oggi, si incontrano ancora tantissime persone semplici, dedite alla pastorizia, all’agricoltura, all’artigianato (vasai, santonnier, fourreur)…

Si percorrono centinai e centinaia di chilometri senza incrociare semafori, poche auto (soprattutto nell’entroterra lontano dalle grandi villes), immersi in un paesaggio bucolico che trasmette una gran serenità, una calma, una pace indescrivibile!

Mi chiedo però perché mai molti francesi discendenti da avi italiani non ammettano le loro radici, a volte le negano, però da “brava giornalista” o meglio da umile ascoltatrice, riesco a  farmi dire che Monsieur … ha bisnonni nati a Catania, o che la Madame … ha radici torinesi (tanti i piemontesi!), o ancora toscane di Siena.

Mi accorgo sempre più che le frontiere sono abili costruzioni politiche “per far paura e controllare” i cittadini.

Ma che queste frontiere sono evanescenti, artificiose, e quindi lo spirito nomade dell’uomo prevale sempre, per dare un nuovo senso alla propria esistenza, per curiosità, per viaggiare e scoprire nuove terre dove poter riposare e stare in armonia con la natura e con le persone del luogo.

Adoro i libri firmati dal provenzale Jean Giono (le cui origini sono però piemontesi), ecologista e pacifista ante litteram di cui avrò modo di parlare in futuri post, ma non condivido la sua indole refrattaria al viaggio, alla scoperta di altri Paesi e continenti.

Per una società più aperta è necessario oltrepassare le frontiere e i confini della mente!