Besse-sur-Issole, nel cuore del Var

Cœur du Var è una zona ancora poco conosciuta turisticamente, eppure incantevole per chi ama la natura e i borghi di Provenza. Il suo nome deriva dalla posizione geografica che la caratterizza, situata com’è proprio al centro del dipartimento del Var.

Cœur du Var è una « Comunità di Comuni » creata nel 2002 ed è formata da 11 villaggi: Besse-sur-Issole, Cabasse-sur-Issole, le Cannet-des-Maures, Carnoules, Flassans-sur-Issole, Gonfaron, Le Luc, Les Mayons, Pignans, Puget-Ville et le Thoronet.

Di recente ho avuto l’occasione e la curiosità di conoscere questa zona provenzale e ho fatto tappa a Besse-sur-Issole, paesino suggestivo che mi ha incantata, sin dai primi passi.

Circondata da vigneti, Besse è ricco di storie e leggende. I tanti particolari architettonici e paesaggistici lo trasformano in una meta perfetta per chi ama le vacanze “slow” e a misura d’uomo, lontano da mode e da happening effimeri.

A pochi passi dalla sede dell’ufficio del turismo svetta la statua della Marianna, simbolo della Repubblica francese. Poi lo sguardo si apre lungo la via centrale raggiungendo le Beffroi, edificato nel 1655: una torre su cui si ammira lo stemma di Besse-sur-Issole.

Lo stemma è formato da due pigne dorate, che riportano al legame della cittadina con il monastero di Pignans; una mezzaluna orizzontale argentata, ricorda le guerre coi Saraceni; le tre torri rappresentano la discendenza nobiliare locale.

Besse stupisce per i dettagli che si scorgono in vari luoghi e angoli: dai vecchi boccali e catini ricolmi di fiori alle fontane in pietra calcarea, sino alle insegne in faïence che indicano le vie del borgo.

Passando sotto “le soustet” si raggiunge il castello St Dominique, accanto al quale si trova la chiesa costruita tra il 1643 e il 1646, sopra le vestigia di una chiesa ancor più vecchia di epoca medievale.

Besse-sur-Issole sprigiona la sua poesia specchiandosi nel piccolo lago alimentato dal fiume Issole. Uno specchio d’acqua che purtroppo negli ultimi anni rischia sempre più di prosciugarsi a causa dei lunghi periodi di siccità che, purtroppo, stanno caratterizzando la Provenza (un problema che riguarda tante altre aree del pianeta per effetto del riscaldamento globale in atto sul pianeta).

Tra i personaggi storici più emblematici di Besse figura un certo Gaspard Bouis meglio conosciuto col nome di “Gaspard de Besse”, (1757 – 1781).

Gaspard De Besse nato il 9 febbraio 1757 a Besse è famoso per essere stato un bandito provenzale la cui specialità era assaltare diligenze per rapinare viaggiatori. Il suo motto: “Spaventare ma mai uccidere”. Garpard fu un pioniere delle idee  pre-rivoluzionarie. Arrestato a La Valette du Var, Gaspard de Besse fu arso al rogo vivo sulla piazza principale di Aix il 25 ottobre 1781.

N.B. L’ufficio del turismo di Besse-sur-Issole è piccolo ma ben fornito di materiale informativo utile ai viaggiatori.

 

Silvia C. Turrin

Aups e i tartufi

Tanti visitatori e turisti accorrono anche in pieno inverno a Aups, borgo situato tra il lago di Sainte-Croix e le famose Gole del Verdon. Il motivo? Semplice, sono attirati in particolare dal mercato dei tartufi che si svolge ogni giovedì, a partire dal mese di novembre sino alla fine di febbraio o inizi di marzo (dipende dalla stagione).

In questa stagione 2016-2017 i turisti sono accorsi di gran numero, anche grazie al rinnovamento della Maison de la truffe, la Casa del Tartufo, ubicata al piano terra dell’Antico Ospizio di Saint-Jacques del XVII secolo. In questo spazio piccoli e grandi possono avvicinarsi all’antica tradizione del tartufo, grazie ad alcuni percorsi che permettono di imparare a degustarlo. Per esempio nello spazio multisensoriale si può sperimentare « il tartufo attraverso i 5 sensi ».

In Francia, la Provence Alpes Côte d’Azur (Paca) è la prima regione produttrice di tartufi e la zona del Verdon, cui appartiene Aups, fornisce il 13% della produzione nazionale. Purtroppo la tartuficoltura è minacciata da una concorrenza spesso sleale, in cui si trovano addirittura prodotti con aromi di sintesi, di laboratorio, quindi non naturali…

In Provenza però si sta puntando molto sul cosiddetto « truffo-tourisme » e i risultati ci sono, anche perché il vero tartufo, non quello di laboratorio, è uno scrigno di sostanze preziose, tra cui proteine e sali minerali, come il magnesio; inoltre è ricco di vitamina D. Il tartufo è amato per il suo gusto così particolare, unico e anche perché apporta pochissime calorie e pochi grassi.

Giovedì 2 marzo 2017 è l’ultima data ufficiale per visitare in piazza Frédéric Mistral il marché aux truffes noires (mercato dei tartufi neri) di questa stagione.

Mentre tra giugno e luglio viene organizzato il mercato dei tartufi bianchi, altra leccornia preziosa (perché costosa) della Provenza.

Da visitare a Aups:

la Collegiale di San Pancrazio in stile gotico;

il Museo Simon Segal, in cui sono ospitate tre importanti Scuole di pittura con 280 tele tra disegni, acquerelli, dipinti, guazzi e carboncini, oltre che le opere dell’artista russo, da cui prende il nome;

il piccolo museo dedicato alla Resistenza;

la Cappella di Nostra Signora della Liberazione, costruita nel 1853 come ex-voto alla Vergine Maria per ringraziarla di aver protetto gli abitanti di Aups dagli eccidi tra repubblicani e bonapartisti difensori di Napoleone III.

Una curiosità: i provenzali chiamano il tartufo rabasse.

Silvia C. Turrin

 

Maggiori info: http://www.aups-tourisme.com

L’abbazia cistercense di Le Thoronet

L’Abbazia di Le Thoronet è situata in una splendida vallata coperta da una foresta di querce. Insieme a Sénanque e a Silvacane, l’Abbazia di Le Thoronet costituisce uno dei più importanti complessi architettonici cistercensi della Provenza. La comunità di monaci legati alla regola di San Benedetto si trasferì da Tourtour – in cui venne fondato nel 1136 l’antesignano insediamento chiamato Notre Dame de Florièges – all’attuale luogo, distante circa 25 km, dove il territorio offre maggiori terre fertili, ruscelli e un’importante sorgente d’acqua. Non a caso, il toponimo di Le Thoronet sembra derivi dalla radice prelatina tol, che significa “fonte”.

L’abbazia di Le Thoronet - foto© Silvia C. Turrin
        L’abbazia di Le Thoronet – foto© Silvia C. Turrin

La struttura monastica è molto semplice, priva di orpelli barocchi come vuole la tradizione cistercense, per privilegiare preghiera e silenzio. La chiesa abbaziale, pur nella sua essenza così lineare, espressione di povertà estrema, è un gioiello di arte romanico-provenzale. Non vi sono né contrafforti, né un portale centrale: elemento, quest’ultimo, che rammenta al visitatore come questo luogo di silenzio e preghiera, un tempo, fosse riservato solo ai monaci. Appena si varca la soglia della chiesa si percepisce un’atmosfera minimalista e composta.

L’apparente “vuoto” decorativo viene riempito dalla sua spaziosità, dalla bellezza delle sue colonne, dagli archi trasversali, dai capitelli ornati da croci. La mancanza di orpelli rendono la chiesa un luogo perfetto per la contemplazione del divino e per il canto. Grazie infatti alla straordinaria acustica, l’abbazia di Le Thoronet è sede rinomata di concerti polifonici, di musica medievale e canti gregoriani.

Degno di nota è inoltre il chiostro, fulcro del nucleo monastico, dove i raggi solari creano un gioco di luci coi riflessi rossi della bauxite contenuta nelle pietre. Rigoroso nella sua architettura, il chiostro è uno dei più antichi di tutta la tradizione cistercense.


Breve storia dell’abbazia di Le Thoronet

Lo sviluppo dell’abbazia in questo sito, iniziato nel 1157, ha conosciuto fasi alterne, scandite inizialmente da una straordinaria prosperità legata all’agricoltura e all’allevamento. Sino al XVIII secolo, i monaci vivevano agiatamente, ma nel 1785 emerse un pesante indebitamento della comunità, ufficializzato dall’atto di fallimento redatto dall’ultimo abate commendatario, monsignor de Flamarens.

Fu così che l’abbazia di Le Thoronet venne secolarizzata, divenendo classificata come monumento storico nazionale. I monaci l’abbandonarono trasferendosi in altri siti religiosi. Nel 1840 iniziò il restauro, reso nel secolo successivo ancor più difficile, a causa degli effetti provocati dallo sfruttamento della bauxite.

L’utilizzo, tra il 1959 e il 1989, del giacimento situato in prossimità dell’abbazia produsse fenditure nei muri dell’edificio e prosciugò persino le fonti della valle. L’abbazia attuale ha conservato quello spirito di semplicità, di purezza e rigore ispirati dalla regola di San Benedetto.

Silvia C. Turrin

Per approfondire: http://www.tourisme-lethoronet.com/